Dipendenza affettiva e depressività

Il colore bianco della pelle, quasi ad intravedere una certa trasparenza. I movimenti rigidi ed impacciati a volte goffi e simpatici nella loro manifestazione. Sempre attenti a mantenere una certa distanza fisica dall’altro. Il linguaggio semplice e diretto o la silenziosità in cui sono avvolti. Lo sguardo sospettoso, sempre attenti alle parole pronunciate dagli altri, vissuti come freccia che trafiggono il loro petto. La crudeltà delle parole che che ossessivamente ascoltano e interpretano, vissuti come penetranti che squarciano il cuore. Esprimono un dolore acuto e lancinante, sofferenze angosciose che feriscono i sentimenti e l’amor proprio.
Le aggressività verbali, le aggressioni alla persona che vengono considerate causa del proprio star male e comportamenti di danneggiamento alle cose, per difesa, rappresentano l’espressione di una mancata elaborazione di perdite e di lutti non elaborati.
Privati o impossibilitati di sperimentare l’esperienza di stare da soli in presenza della madre, per sviluppare l’aspetto vero del sé attraverso l’esplorazione di sé stessi quando sono soli, così come afferma Winnicott.
Attenti alle notizie di cronaca disastrose come a confermare che le disgrazie accadono, sempre in attesa di una brutta notizia che possa colpire l’apparente calma in cui vivono, vissute come una disgregazione, per una identità instabile.
Persiste il desiderio dell’altro anche nella sua intollerabilità, l’altro è percepito come imprevedibile, e la paura dell’alterità diventa angoscia.
La creazione di un rifugio è spesso rappresentato come uno spazio che esiste già o è fornito dall’ambiente ed è la persona stessa che riconosce di aver creato un rifugio e come questo funziona come difesa, afferma J. Steiner.
É nella relazione che la tensione irrompe con estrema sensibilità nell’ascolto delle parole e l’osservazione dei comportamenti degli altri.
E così durante il periodo del lockdown vivono in un stato di piacere e beatitudine perché sottratti agli stimoli ambientali e relazionali, ma anche reazione traumatica allo stato di pandemia che inaspettatamente potrebbe cambiare lo stile di vita pur nell’incertezza e nel disagio in cui vivono, evitando così il richiamo alla mente dell’antico trauma vissuto.
La depressività afferma Pierre Fedidà, e non la depressione intesa come senso oscuro e glaciale della vita che conduce all’identificazione nella morte, è quella “capacità depressiva necessaria alla vita per restare in vita e sottrarsi in tal modo all’eccesso delle stimolazioni” permette l’elaborazione dei lutti, delle separazioni e dei traumi. È il buon uso della depressione.
Ed è nella relazione terapeutica che si dispiega la possibilità di denominare il dolore della ferita.
Dicembre 2020