Stati Depressivi

 

“La notte stellata” Vincent van Gogh,1889. 

 

Linquietudine esplode nella rappresentazione della parte cosmica, le stelle sembrano ruotare vertiginosamente su sé stesse come in un vortice che cattura le forze esterne, ad inghiottire la luce che risplende. Il paesaggio sottostante riecheggia il piccolo borgo Olandese della sua infanzia. La luna come momento oscuro della giornata ed il sole offuscato non illumina il cielo.

Viso corrugato, occhi socchiusi con palpebre spioventi come a soffocare lo sguardo, zigomi pendenti,  rigidità espressiva e la bocca stretta con angoli cadenti, che senza parlare svela i sentimenti di tristezza, dolore, amarezza, noia e delusione. Lo stato depressivo cambia la fisionomia del viso.

Un sentimento di malinconia pervade il corpo e la mente. È una sofferenza “senza nome” struggente nell’animo, che pervade tutta la persona. Umore depresso, mancanza di interesse, senso di abbandono, sentimenti di impotenza e disperazione, inutilità, inferiorità, affannosa ricerca di conferme esterne, ansia, agitazione, senso di colpa, vergogna, visione negativa del futuro, rallentamento psicomotorio, stanchezza, dolori fisici, disturbi gastrointestinali, convinzione di essere malati, fino a giungere a idee  autodistruttive.

Il corteo sintomatico è variegato e i meccanismi psichici sottostanti sono diversi, ma la sofferenza è sempre imperante.

È stato compromesso il vissuto affettivo già dalla prima infanzia per aver vissuto situazioni reali o fantasmatiche di perdita, sono state danneggiate quelle “basi sicure” di attaccamento su cui ci si affidava.  Le paure, l’ansia  e il terrore si sono installate nel profondo dell’inconscio dando vita ad una fragile struttura psichica, che si impone nella vita dell’adulto, con importanti limitazioni e significative alterazioni relazionali, fino alla comparsa di pensieri deliranti. 

É la perdita la parola chiave della depressione, una perdita reale o fantasmatica, non fa differenza la mente. La perdita di una persona cara può innescare uno stato depressivo precedentemente dormiente. La difficoltà di elaborare il lutto induce sentimenti di impotenza e disperazione per le complicazioni ad accettare la perdita. E se nell’elaborazione normale del lutto lo stato depressivo è una reazione temporanea reattiva al dolore, che si spegne quando si accetta la perdita della persona e si rinveste l’affettività all’esterno, nella depressione vera e propria la vitalità rimane dormiente fino al suo dispiegarsi nelle forme più gravi. 

Si avverte una perdita di una parte del Sè che coincide con l’amore perduto, quell’amore intrinseco di odio e di amore contestualmente. L’odio che dall’inizio veniva indirizzato all’esterno ora ritorna su di sé, odiandosi per le effettive mancanze, e la rabbia rivolta verso se stessi accende il sentimento di colpa ed un senso diffuso di colpevolezza pervade l’esistenza. “L’ombra dell’oggetto ricade sull’Io” dice Freud, in “Lutto e Malinconia”.

Ed è proprio tutto il carico di ostilità ed odio di cui si deve far carico l’Io della persona depressa che lo spinge ad avvertire rimproveri, sensi di colpa, disperazione, inutilità, impotenza e svalutazione. 

Il desiderio di riappropriarsi dell’oggetto perduto persiste fino a desiderare la morte per far cessare il dolore.

Il desiderio di “ri-annidarsi” nelle stelle, così come lo rappresenta Van Gogh,  nella “notte stellata” non è stato sufficiente a proteggere quella fragile struttura mentale che nella pittura aveva sperato.

Il suicidio non è prevedibile, ma i momenti temporali sono più chiari, ed è proprio intorno al periodo estivo, alle festività religiose della Pasqua e del Natale che si avverte fortemente l’angoscia dell’abbandono e dell’isolamento, la sofferenza e il dolore della perdita diventa insopportabile.  

E quando quel senso di abbandono e di isolamento pervade l’esistenza, e quando le relazioni affettive amorose si rilevano fallimentari,  si è invasi da un pervasivo bisogno di essere amati e protetti. Proiettati verso una ricerca spasmodica di una relazione appagante, si imbatta in continue delusioni che accrescono il senso di sfiducia in sé. 

Le pressioni ambientali e culturali unitamente ai bisogni compensativi interni tendono a stabilire alti target da raggiungere, e quando questi obiettivi falliscono, il sentimento di vergogna invade e travolge la persona. Lo scarto tra desiderio e realtà è troppo elevato, i desideri infantili mai ridimensionati ed il concetto di limite mai acquisito, innescano “bombe” di vergogna ed umiliazione, che paralizza la mente pervasa da sentimenti di fallimento e delusione.

E quella inconsapevole ricerca della sofferenza per appagare quei sensi di colpa inconsci, come se solo nella sofferenza si ha il diritto alla vita. Per poi concludere che tutto finisce male, cadendo nella disperazione e rallentando le esperienze della vita. Procurandosi angoscia e sofferenza, giustificato da un senso di moralità, come unico luogo dove si può vivere.

E poi quella depressione agitata, quella sensazione di essere come un contenitore che è arrivato al colmo, la scarsa tolleranza per le cose banali e lo scoppio di ira senza possibilità di controllo. E dopo, la consapevolezza e la disperata ricerca di essere compreso, mendicando amore ad ogni angolo di strada. Pensieri  che sfuggono dalla mente, fatica nell’eloquio e il sentimento di umiliazione e mortificazione da tollerare.

Le circostanze della vita impongono vissuti di separazione ed ancora  è la vita stessa un ciclo di lutti e separazioni, dall’infanzia all’adolescenza all’età matura fino alla vecchiaia, e ad ogni passaggio il depresso lo vive come una perdita invece che un cambiamento.

Con le memorie del passato si può progettare il futuro se si da un senso positivo al dolore. Ed il passaggio dal “sono quello che ho perso” al “sono una persona diversa“ coglie di sorpresa anche la persona stessa che lo pronuncia. 

Luglio 2020