Un disturbo alimentare: la bulimia

Fernando Botero
Il tonfo dei passi rimbomba nel corridoio. Risuona un respiro corto e affannato. La porta si apre ed entra di fianco una persona molto grande. Con una vocina dolce e gentile saluta. Con fatica si siede e finalmente arriva il riposo, dopo una estenuante fatica per raggiungere il luogo della sua terapia.
Il respiro si tranquillizza dopo alcuni minuti e poi le prime parole. Sguardo dolce e parole avvolgenti riempiono la stanza.
Il movimento delle labbra con la fuoriuscita delle parole rimbombano nel corpo, creando lievi movimenti.
Un corpo senza forma, una enormità di volume.
Discorsi ideali, filosofeggiando sulla cultura e le conoscenze, l’arte e la bellezza, pensieri ed espressioni colte, espressioni di desideri senza desiderio che giacciono lì fermi e stabili, solo per riempire il tempo e lo spazio, in netto contrasto con la esplicitata volontà di progredire.
Il vuoto dei desideri viene riempito dal cibo e le tensioni cessano. L’affannosa ricerca di un piacere, un piacere Altro, uno stato di Nirvana dove la quiete fa da padrona.
È un sintomo che nasconde un disagio. Dietro ad un mondo manifesto c’e un altro mondo inconscio. Contestualmente anche la manifestazione sintomatica è un grido di aiuto. Una situazione non antitetica ma complementare l’uno all’altro.
La non consapevolezza del cibo che ingoia, in un rituale continuo e ripetitivo invade l’esistenza. Ed è proprio con la ripetizione che tende ad inibire i desideri, le tensioni e l’eccitamento, cercando in un al di là un piacere altro, fino a giungere al godimento.
Annulla il tempo nel lasciarsi andare nel godimento, nessun desiderio, nessun progetto per il futuro. Un godimento che lo induce alla quiete, annullando il rumore della vita.
La ricerca del piacere in un “Al di là del principio di piacere” (Freud, 1920), è sempre un piacere, ma di un piacere di non crescita, di restare nel sintomo.
La paura di assumersi le responsabilità della vita, dalle più banali, come pagare una bolletta fino al terrore di sentirsi autonomi. Così si va sempre alla ricerca della persona da cui dipendere e dalla quale non ci si riesce a staccare. Può essere sostituita, se questa viene a mancare, senza far cessare il moto pulsionale.
Le accuse verso l’altro di essere stati abbandonati al proprio destino e le difficoltà di riconoscere di aver perso sé stessi nell’altro.
Riecheggiano assetti dolorosi del passato, Nachträglichkeit lo definisce S. Freud.
E il tempo trascorre con giornate che si ripeto nello stesso modo, preferibilmente trascorrendo molto tempo dentro casa, dove la disponibilità del cibo e sempre a portata di mano.
E poi un giorno, con un senso più vivace e vitale, lì dove la spinta pulsionale della vita fa rumore, riconosce che è un continuo mangiare la propria vita, senza progetti e senza desideri costruttivi per il futuro.
Inizia il riconoscimento di Sé e la consapevolezza delle proprie abitudini alimentari-distruttive, con tono smorto e spento, mortificato e deluso, sconfortato per un passato non vissuto.
Così la pulsione distruttiva e quelle di vita, Thanatos ed Eros si rimpastano in un equilibrio che permette di accogliere il rumore della vita, come afferma Freud in l’Io e l’Es (1923).
Dicembre 2021