La violenza psicologica nella coppia

Intrappolati dentro una gabbia psicologica, osservano il mondo che gira intorno senza poter reagire. Bloccati nei movimenti, impossibilitati a prendere delle decisioni. La perdita di fiducia in sé stessi e l’incapacità di valutare ciò che è giusto o sbagliato, congela la persona in un blocco chiuso.
Blue nude, 1902 Pablo Picasso
Quando la relazione amorosa ha avuto inizio tutto andava bene, il compagno si mostrava disponibile, attento e scrupoloso nei comportamenti, un vero e proprio gentiluomo che emana un fascino abbagliante. Ma non appena sicuri di aver conquistato l’altro, iniziano i primi comportamenti denigratori, di disprezzo, aggressioni verbali, insulti, frasi offensive e squalificanti anche davanti agli altri, maltrattamento, e continue critiche sulla persona, sui pensieri e sui comportamenti.
Nel tentativo di adeguarsi alle richieste dell’altro cerca di cambiare e di compiacere il compagno, senza ottenere nulla se non sentirsi confuse, colpevole e perdere la stima di sé, e si innesca un senso di debolezza che pervade tutta l’esistenza e si dispiega in tutte le azioni quotidiane. Quando poi nasce un figlio e già dalla gravidanza, i comportamenti svalutativi aumentano, perché la dipendenza è più certa.
Crescere i figli è compito esclusivo della donna, risuona così spesso nella cultura di appartenenza. Per amore dei figli le donne tollerano il loro predatore con tentativi di giustificare i comportamenti fino a perdere la pazienza, e quando si va “fuori controllo” allora ribalta la situazione accusando l’altro: “vedi, il problema sei tu”. Il perpetratore, così come definito dalla Filippini, guarda solo alle sue esigenze, manipola e controlla l’altro. E come Narciso ama solo se stesso. Conosce il prezzo delle cose ma il valore di nessuno. Personalità vuote distinti da sadismo e cinismo, che sopravvivono e provano piacere solo sottomettendo e provocando dolore all’altro.
E poi quelle facile deduzioni, che spesso si ascoltano, colpevolizzando la donna per non aver reagito a comportamenti violenti e come se te lo fossi cercato. Il pregiudizio di essere considerati incapaci di reagire e di attirare a sé le aggressività degli altri, di essere la causa scatenante della reazione per il proprio carattere, aumenta solo lo stato di sofferenza. Valutati con un atteggiamento sospettoso che appare come un’accusa, e la conseguente vergogna che ne scaturisce, impedisce ulteriormente di reagire alla violenza psicologica.
Di fatto è difficile da riconoscere un maltrattamento psicologico che tenta di sottomettere e vittimizzare la donna, come afferma S. Filippini in Relazioni perverse. Nella maggior parte dei casi nella violenza psicologica, nel tentativo di sottomettere l’altro a sé, si cerca di creare una dipendenza, installando nell’altro la convinzione che non si è in grado di vivere senza il proprio supporto. Ma di fatto è il predatore che non può vivere senza la preda.
Si possono verificare anche delle violenze fisiche, come ad esempio schiaffi e subito dopo sentirsi chiedere scusa, come ad aumentare la svalutazione dell’altro, “hai visto, mi fai perdere la pazienza con il tuo carattere” facendo sottendere che lui è buono e che la colpa e dell’altro.
Anche l’uomo può essere vittimizzato, con le stesse strategie ma i casi sono molto più rari. Quando è la donna che vittimizza l’uomo, spesso usa l’arma dei figli, con l’esclusione dell’uomo/padre dalla relazione ed inculcando nel figlio l’idea che il padre sia un incapace. L’uomo, come padre dall’inizio giustifica i comportamenti per amore del figlio, assumendo il ruolo di protettore della coppia madre/bambino, che è di fatto il giusto ruolo del padre, ma in questi casi in modo esagerato.
Mentre la fragilità può portare a identificarsi con ciò che viene infierito contro la persona. Ricordiamo “Malena” nel film di Tornatore. Una bellissima donna, interpretata da Monica Bellucci, rimasta sola perché il marito è partito in guerra. Le donne del paese la considerano una prostituta, non perché lo è ma solo perché i loro mariti la guardano e la desiderano. Messa alle strette con i loro comportamenti denigratori, Malena finisce veramente per fare la prostituta.
La violenza psicologica è una sofferenza indicibile, come rappresentato da Picasso in “Blue nude.” Una razione alla perdita e l’uso del colore blu, monocromatico nelle sue diverse sfumature, con toni freddi e spenti segna un periodo circoscritto della vita dell’artista dal 1901 al 1904, dal quale si può uscire se si acquisisce la consapevolezza dei vissuti e non la giustificazione di essi.
Alla consultazione arrivano donne o uomini, quando sono già slegati giuridicamente o sono in procinto a farlo, da situazioni relazionali di violenza psicologica, con storie tormentate e di diversa gravità, che portano con sé i segni psicologici delle violenze subite e spesso dalle colpe ingiustamente accusate. E quando riescono a vedere la luce un’ombra di rabbia e rammarico solca la mente, non dandosi ragione del perché non hanno compreso prima la situazione che stavano vivendo e per aver perso molti anni della vita.
Settembre 2020